Dal progresso tecnologico alle nuove disuguaglianze
Ogni rivoluzione industriale porta con sé promesse di benessere e timori di esclusione.
Oggi, la trasformazione digitale e la transizione ecologica ridefiniscono il significato stesso di lavoro, ponendo nuove sfide di equità e coesione territoriale.
È questo l’obiettivo del settimo ambito di ricerca dello Spoke 5 del progetto GRINS – Growing Resilient, Inclusive and Sustainable, che indaga il legame tra automazione, economia circolare e diseguaglianze.
Gli studi condotti da Roberta Capello e Camilla Lenzi (Politecnico di Milano) hanno analizzato dieci anni di dati sull’adozione di robot e tecnologie avanzate, confrontando città e aree non urbane.
I risultati sono chiari: l’automazione riduce l’occupazione complessiva, ma con effetti diversi a seconda dei territori.
Nei centri urbani, i posti persi vengono compensati da nuove professioni ad alta qualificazione;
nei contesti periferici, invece, la sostituzione tecnologica colpisce soprattutto i lavoratori meno specializzati, aggravando la polarizzazione e la fuga di capitale umano.
Queste evidenze forniscono una base empirica per comprendere perché la transizione digitale e verde, se non accompagnata da politiche attive, rischi di ampliare i divari sociali e territoriali.
Dalla diagnosi all’azione: politiche di re-skilling per la transizione giusta
Le analisi realizzate all’interno dello Spoke 5 evidenziano la necessità di un nuovo modello di politica del lavoro, capace di trasformare la minaccia dell’automazione in opportunità di crescita inclusiva.
Questa è la prospettiva della just transition: garantire che la trasformazione digitale ed ecologica produca lavoro di qualità per tutti, riducendo i divari territoriali e rafforzando la coesione sociale.
Ed è qui che entra in gioco la ricerca di Duygu Buyukyazici e Francesco Quatraro (Università di Torino e Collegio Carlo Alberto), che introduce un metodo innovativo per mappare le competenze della Circular Economy.
Il modello, denominato RSR – Revealed Skill Requirements, consente di identificare le abilità chiave richieste nei diversi settori dell’economia circolare, distinguendo tra:
- Core industries, legate ad attività di riciclo, riparazione e manutenzione
- Enabling industries, connesse a progettazione, ricerca e innovazione tecnologica
I risultati mostrano che le competenze necessarie alla transizione non appartengono solo ai settori ad alta tecnologia: molti profili tradizionali possono essere riqualificati per svolgere ruoli cruciali nella manutenzione, nel riuso e nella gestione dei materiali.
La riconversione delle competenze diventa così una strategia di inclusione, capace di mantenere nel mercato del lavoro migliaia di lavoratori altrimenti a rischio di esclusione.
Misurare per governare: indicatori territoriali per una transizione equa
Per tradurre queste evidenze in politiche concrete, la ricerca ha sviluppato un sistema di indicatori regionali che descrivono la capacità dei territori di affrontare la transizione circolare.
Nel Deliverable 5.3.1, il gruppo dell’Università di Torino, in collaborazione con la Bocconi, l’Università di Bologna e il Politecnico di Milano, ha elaborato nuovi strumenti per valutare la partecipazione delle regioni italiane alle global value chains (GVCs) nei settori della circular economy.
Questi indicatori permettono di valutare come la partecipazione alle catene del valore sostenibili influenzi la resilienza del lavoro: le regioni più integrate nei flussi di valore sostenibile sono quelle che reagiscono meglio agli shock produttivi e occupazionali.
Gli indicatori misurano:
- la quota di valore aggiunto circolare incorporata nelle esportazioni
- il grado di coinvolgimento delle imprese nei progetti di economia verde
- la propensione territoriale a investire in innovazione sostenibile
Questi dati offrono una mappa precisa delle opportunità e delle vulnerabilità regionali, consentendo di indirizzare gli interventi formativi e fiscali dove il rischio di esclusione è maggiore.
Il Deliverable 5.4.1, coordinato dall’Università di Torino e dall’Università di Cagliari, integra tali indicatori con variabili socio-economiche per valutare il potenziale di resilienza dei sistemi locali, creando così una base conoscitiva per le politiche di just transition.
Dalle evidenze all’impatto
L’impatto di questo ambito di ricerca è duplice.
Da un lato, ha fornito evidenze empiriche del legame tra automazione, perdita di lavoro e concentrazione della ricchezza, rafforzando l’urgenza di politiche di redistribuzione e formazione.
Dall’altro, ha generato strumenti operativi che oggi vengono utilizzati come riferimento per la progettazione di:
• piani di sviluppo regionale
• programmi di formazione professionale
• strategie di innovazione inclusiva
Gli indicatori elaborati nello Spoke 5 consentono di correlare la trasformazione tecnologica con gli impatti sociali, traducendo la conoscenza scientifica in criteri di policy.
Il lavoro dei ricercatori ha così contribuito a spostare il dibattito sulla transizione verde da tema ambientale a questione economica e sociale, promuovendo un approccio fondato su evidenze misurabili e replicabili.
Le sfide aperte
Nonostante i progressi, permangono alcune criticità.
La disponibilità di dati disaggregati resta limitata, soprattutto nei territori periferici, e la collaborazione tra istituzioni, università e imprese non è ancora uniforme.
Inoltre, la rapidità dell’evoluzione tecnologica impone un aggiornamento continuo degli strumenti di analisi e delle politiche di formazione.
Gli autori sottolineano che solo un approccio integrato potrà garantire una transizione equa e territoriale, in grado di ridurre le disuguaglianze e valorizzare le competenze locali.
L’obiettivo è passare da una logica di compensazione a una logica di co-progettazione del cambiamento, in cui innovazione e inclusione procedono insieme.
In questa visione, la transizione non è solo da governare, ma da co-progettare: università, imprese e istituzioni devono agire come un unico ecosistema capace di generare lavoro dignitoso e innovazione sostenibile.
Conclusione: il lavoro come misura della giustizia della transizione
L’ambito di ricerca dedicato a economia circolare, mercato del lavoro e disuguaglianze ha offerto un contributo decisivo per comprendere come il progresso tecnologico possa essere orientato al bene comune.
Le evidenze mostrano che la transizione giusta non è solo un principio etico, ma una condizione economica necessaria per la sostenibilità del sistema produttivo.
Rendere la transizione inclusiva significa trasformare il lavoro da variabile dipendente a variabile guida della crescita.
Un passo essenziale per costruire un futuro in cui l’automazione non sostituisca le persone, ma le liberi di apprendere, innovare e creare valore condiviso.
Fonti scientifiche
- Capello R., Lenzi C. (2023) – Automation and Labour Market Inequalities: A Comparison Between Cities and Non-Cities, npj Urban Sustainability
- Buyukyazici D., Quatraro F. (2025) – The Skill Requirements of the Circular Economy, Ecological Economics, 232
- Deliverable 5.3.1 – Indicators of Trade, FDI, GVCs and Migration Flows in Firms and Territories (UniTo, Bocconi, UniBo, Polimi)
- Deliverable 5.4.1 – Regional Indicators of Risks and Opportunities of Structural Change Towards Circular Innovations (UniTo, UniCa, UniPa)