Le competenze come infrastruttura invisibile della transizione
La transizione verso un’economia circolare non riguarda soltanto materiali, tecnologie o modelli produttivi.
Riguarda le persone. Chi progetta, ripara, programma o rigenera diventa parte di una nuova filiera della conoscenza, dove le competenze tecniche e digitali si intrecciano per creare valore sostenibile.
È questa la prospettiva del quarto ambito di ricerca dello Spoke 5 del progetto GRINS – Growing Resilient, Inclusive and Sustainable, dedicato ad analizzare le skill emergenti nella transizione circolare e il loro impatto sulla competitività territoriale.
Come scrivono Duygu Buyukyazici e Francesco Quatraro nel paper The Skill Requirements of the Circular Economy (Ecological Economics, 2025), “la transizione circolare genera nuove professioni e competenze: accanto alle skill tecniche emergono capacità di adattamento e problem solving.”
Un modello per misurare le competenze della circolarità
Lo studio ha introdotto una metodologia quantitativa innovativa, denominata Revealed Skill Requirements (RSR), per identificare e misurare le competenze più rilevanti nei settori legati all’economia circolare.
Il modello combina tre dimensioni — vantaggio relativo, correlazione e complessità delle competenze — e consente di analizzare come i diversi mix di skill incidano sulla produttività e sulla resilienza dei territori.
Applicata ai dati di 573 industrie e 107 province italiane, la metodologia ha permesso di costruire una vera e propria mappa del capitale umano circolare.
Le evidenze mostrano che le regioni con una maggiore diversificazione di competenze presentano una resilienza superiore nel percorso di transizione verde (Buyukyazici & Quatraro, 2025).
Questa prospettiva supera la dicotomia tra “green jobs” e “blue collar digitalizzati”, riconoscendo che il futuro della sostenibilità richiede lavoratori ibridi, capaci di coniugare conoscenze tecniche, competenze digitali e pensiero sistemico.
Dalle skill ai territori: dove nasce la resilienza
L’approccio RSR collega per la prima volta la configurazione delle competenze alla competitività regionale, mostrando come i territori con ecosistemi formativi e industriali più interconnessi siano anche quelli che attraggono più investimenti legati alla transizione circolare.
La ricerca evidenzia come i poli dell’Italia settentrionale e le regioni con forte presenza manifatturiera abbiano un vantaggio nella disponibilità di competenze tecniche e nella capacità di assorbire innovazione.
Tuttavia, le aree con reti educative e industriali più diversificate mostrano una maggiore adattabilità ai cambiamenti tecnologici e una minore esposizione agli shock di mercato.
Si tratta di un risultato di grande rilievo per le politiche europee di Smart Specialization, che oggi integrano sempre più variabili legate al capitale umano nella programmazione degli investimenti.
La metodologia RSR fornisce dunque un nuovo strumento di monitoraggio territoriale, utile per calibrare politiche formative e industriali su basi empiriche.
La formazione come leva della competitività
Le ricerche dello Spoke 5 mostrano come la circolarità stia ridisegnando il fabbisogno di competenze in modo trasversale.
Oltre alle skill tecniche — manutenzione, progettazione rigenerativa, gestione dei materiali — emergono competenze trasversali come creatività, flessibilità cognitiva e capacità di apprendere continuamente.
Il lavoro tecnico, spesso marginalizzato nel dibattito sulla sostenibilità, si rivela invece il cuore della transizione: una “infrastruttura invisibile” che collega la conoscenza scientifica con la pratica quotidiana.
Gli Indicatori OECD riportati nel Deliverable 5.4.1 includono infatti nuove metriche come:
• “Students trained in circular economy”
• “Net circular job growth”
riconoscendo formalmente la formazione come variabile chiave per la resilienza economica e ambientale dei sistemi produttivi.
Un impatto sulle politiche europee
L’impatto di questa linea di ricerca è duplice.
Da un lato, la metodologia RSR fornisce ai decisori pubblici un quadro comparativo per comprendere dove e come si sviluppano le competenze circolari;
dall’altro, orienta le strategie di investimento e le politiche educative regionali.
A livello europeo, il modello è stato citato come riferimento per la costruzione di indicatori di specializzazione intelligente e di competenze per la green transition, contribuendo al dibattito sulla Circular Skills Agenda promossa dalla Commissione Europea.
Lo Spoke 5 ha così dimostrato che la competitività non dipende solo dall’innovazione tecnologica, ma dalla capacità dei territori di rigenerare conoscenza.
Conclusione: rimettere in circolo il sapere
L’economia circolare è anche una pedagogia del futuro: insegna che le competenze, come i materiali, devono essere continuamente rinnovate, condivise e messe in rete.
Le mani dell’economia circolare sono quelle di chi progetta, forma, sperimenta.
Mani che non costruiscono solo prodotti, ma possibilità.
Con il lavoro di Buyukyazici e Quatraro (2025), la ricerca italiana offre all’Europa un nuovo paradigma: misurare il cambiamento non solo nei flussi di materia, ma nel capitale umano che lo rende possibile.
Perché la sostenibilità non è solo una questione di risorse: è, prima di tutto, una questione di competenze.
Fonti scientifiche
- Buyukyazici D., Quatraro F. (2025), The Skill Requirements of the Circular Economy, Ecological Economics, Vol. 232.
- Deliverable 5.4.1 – Indicators and Models, Università di Torino, Università di Bologna, Politecnico di Milano.
- OECD (2024), Green Transition Skills Framework, Parigi.