Le scelte che non vediamo:

bias cognitivi e decisioni nella transizione circolare

La psicologia della transizione

Quando si parla di economia circolare, si pensa a tecnologie, materiali, processi industriali. Raramente si parla di percezioni, emozioni, bias cognitivi. Eppure, il modo in cui individui, imprese e istituzioni prendono decisioni influenza la velocità e la qualità della transizione tanto quanto le innovazioni tecnologiche.

È questo il punto di partenza del terzo ambito di ricerca dello Spoke 5 del progetto GRINS – Growing Resilient, Inclusive and Sustainable, finanziato dal PNRR e coordinato dall’Università di Torino. L’obiettivo è comprendere come i pregiudizi cognitivi – quelle distorsioni che rendono le nostre scelte meno razionali di quanto crediamo – influenzino l’adozione di modelli circolari da parte di imprese, cittadini e policy maker.

Nel contesto della transizione ecologica, dove la cooperazione tra attori è indispensabile, questi bias possono rallentare l’innovazione, distorcere le priorità e rendere le politiche meno efficaci.


Obiettivo scientifico e quadro teorico

La ricerca, descritta nel Deliverable 5.1.1 – Indicators and Models, parte da una constatazione: la maggior parte degli studi sull’economia circolare ha concentrato l’attenzione sugli aspetti tecnologici, economici o normativi, trascurando il ruolo del comportamento umano.

Come sottolineano Palmucci e Ferraris (2023), “le decisioni in materia di sostenibilità non sono mai completamente razionali: sono guidate da emozioni, valori, aspettative e percezioni del rischio”. Il gruppo di ricerca dello Spoke 5 ha quindi scelto di spostare il baricentro dell’analisi: non più solo cosa si innova, ma come si decide di innovare.

L’obiettivo scientifico è duplice: identificare e classificare i principali bias cognitivi che ostacolano le scelte di sostenibilità e costruire indicatori cognitivi che ne misurino la presenza nei processi decisionali pubblici e privati.


Metodologia: misurare l’invisibile

Per affrontare un fenomeno intangibile come il bias decisionale, il team ha adottato una metodologia qualitativa, basata su interviste a campioni di stakeholder, manager d’impresa, amministratori e rappresentanti di organizzazioni civiche coinvolti in progetti di economia circolare.

Le interviste hanno permesso di individuare pattern ricorrenti nei comportamenti e nelle motivazioni, poi tradotti in indicatori cognitivi. Ogni indicatore rappresenta una forma specifica di deviazione percettiva o comportamentale che può ostacolare l’adozione di strategie circolari.

I bias individuati riflettono dimensioni già riconosciute nella letteratura comportamentale: la responsabilità diffusa richiama il concetto di diffusion of responsibility; l’azione singola si collega al moral licensing (tendenza a compensare una buona azione con comportamenti meno coerenti); mentre lo status quo bias descrive la preferenza per la stabilità anche quando il cambiamento sarebbe vantaggioso.

Tre i bias più rilevanti emersi: il bias dell’azione singola, il bias della responsabilità diffusa e lo status quo bias. Ogni bias è stato analizzato in relazione alle decisioni di investimento, pianificazione o adozione di pratiche circolari. Il risultato è una mappa cognitiva della transizione, in cui l’innovazione non dipende solo dalla disponibilità di tecnologie, ma anche dalla capacità degli attori di riconoscere e superare le proprie distorsioni decisionali.


Evidenze empiriche: come pensano i decisori

Dalle interviste emerge un quadro complesso ma coerente: la maggior parte degli attori economici e istituzionali riconosce l’importanza della circolarità, ma tende a sottostimare i propri comportamenti incoerenti.

Le imprese dichiarano di voler ridurre gli sprechi, ma continuano a privilegiare criteri di efficienza a breve termine. Le amministrazioni pubbliche riconoscono la necessità di pianificare investimenti sostenibili, ma mostrano resistenza nel rivedere procedure e priorità. I cittadini, pur sensibili ai temi ambientali, faticano a trasformare l’intenzione in azione quotidiana.

Il problema non è la mancanza di consapevolezza, ma di auto-percezione. I bias, spiegano i ricercatori, “operano come filtri cognitivi che rendono accettabili comportamenti incoerenti, permettendo agli attori di sentirsi sostenibili anche quando le loro scelte non lo sono pienamente”.


Dalla psicologia alla policy: indicatori per la governance

La sfida è tradurre queste evidenze in strumenti utili alla governance. Lo Spoke 5 propone quindi di integrare i bias indicator nei sistemi di monitoraggio della transizione circolare, accanto alle metriche economiche e ambientali già sviluppate nei precedenti deliverable.

Gli indicatori cognitivi sono variabili derivate da analisi qualitative, progettate per quantificare elementi come la consapevolezza del rischio, la propensione alla collaborazione, la fiducia interistituzionale o la tolleranza all’incertezza.

Gli indicatori cognitivi permettono di valutare la propensione dei decisori a riconoscere i propri limiti informativi, il grado di fiducia interistituzionale e il livello di empatia nel cambiamento. Questi strumenti possono orientare la progettazione di politiche comportamentali – nudge, incentivi narrativi, modelli di comunicazione partecipativa – per promuovere decisioni più consapevoli.


Impatti: una nuova infrastruttura cognitiva

L’impatto di questa linea di ricerca è duplice. Da un lato, introduce nella transizione circolare una dimensione umana spesso trascurata; dall’altro, fornisce strumenti operativi per integrare la psicologia cognitiva nella progettazione delle politiche.

Le amministrazioni possono utilizzare gli indicatori cognitivi per valutare l’efficacia dei propri programmi, mentre le aziende possono applicarli per misurare la coerenza tra visione e comportamento. In prospettiva, questi indicatori potranno essere integrati nei dashboard di monitoraggio per offrire una lettura multidimensionale del cambiamento.

In questo modo, la misurazione dei bias non riguarda solo le singole decisioni, ma anche le relazioni tra attori: imprese, enti pubblici, cittadini. Rilevare i punti di fiducia o conflitto nei network di stakeholder permette di progettare politiche più collaborative, in linea con l’approccio ecosystemic proposto dal GRINS.


Criticità e limiti

Come ogni approccio innovativo, anche la misurazione dei bias presenta alcune criticità. Il primo limite riguarda la quantificazione: trasformare fenomeni psicologici in indicatori richiede una validazione empirica. Il secondo è la generalizzabilità: i bias variano per contesto culturale e istituzionale, rendendo difficile la comparabilità.

Tuttavia, l’obiettivo non è creare una scienza esatta della mente, ma fornire una chiave interpretativa complementare. Misurare consapevolezza e fiducia significa riconoscere che la sostenibilità è anche una questione di percezioni.


Prospettive future: verso una governance comportamentale

Il prossimo passo sarà lo sviluppo di un framework di behavioural governance, in cui gli indicatori cognitivi diventeranno parte integrante delle politiche territoriali.

Questo approccio consentirà di anticipare le resistenze psicologiche, progettare interventi più aderenti ai comportamenti reali e promuovere un nuovo modello di partecipazione basato sulla fiducia.

La ricerca apre così la strada a una nuova disciplina: la circolarità comportamentale, dove economia e psicologia collaborano per ridurre le distorsioni percettive che frenano la transizione.


Conclusione: la mente come leva della sostenibilità

Rendere visibile ciò che guida le nostre scelte è la sfida più ambiziosa della transizione circolare.

I bias cognitivi non sono errori da correggere, ma segnali da comprendere. Il contributo dello Spoke 5 del progetto GRINS sta proprio in questo: aver trasformato la psicologia in infrastruttura della sostenibilità, offrendo una nuova lente per leggere la complessità del comportamento umano.

Questo approccio interdisciplinare – che unisce economia, psicologia e policy design – rappresenta una delle innovazioni più originali del partenariato GRINS, dove la sostenibilità non è solo misurata, ma compresa nelle sue dimensioni cognitive e sociali.


Fonti scientifiche

  • Deliverable 5.1.1 – Indicators and Models, Università di Torino, Università di Bergamo, Politecnico di Milano, Intesa Sanpaolo
  • Palmucci S., Ferraris A. (2023), Behavioural Barriers to Circular Economy Adoption: Cognitive Bias and Decision-Making, Journal of Cleaner Production
  • Cristofaro M., et al. (2023), Stakeholder Cognitive Biases and Environmental Decision-Making, Ecological Economics

Direzione Scientifica del progetto
Prof. Francesco Quatraro – Università degli Studi di Torino
Prof. Stefano Usai – Università degli Studi di Cagliari

Ideazione e Coordinamento del Progetto
Maria Chiara Di Guardo – WEsion Srl Società Benefit
Laura Poletti – WEsion Srl Società Benefit

Curatore Editoriale del progetto
Alessandro Fusacchia

Assistente alla Curatela delle fonti
Tommaso Sacconi

Ufficio Stampa e Media Relations
Trefoloni Associati

Brand Identity, Design & Web Development, Adv
KFStudio di Franz Goria con Valentina Carta

Produzione Podcast & Blog Scientifici
WEsion Srl – Società Benefit

Supporto Comunicazione della Ricerca & Archiviazione Fonti
Fausta Laddomada

Web Serie
Prodotto da Naked Panda
Regia di Pietro Medda
Organizzazione generale di Francesca Maccioni
Soggetto di Alessandro Logli, Giovanni Pintus
Sceneggiatura di Alessandro Logli
Chief Creative Officers: Giovanni Pintus, Gabriele Meloni
Strategy and Story Supervisor: Miriam Meazza